Glossario

Le parole
che usiamo.

I termini che ricorrono in questo sito e le definizioni classiche del business, spiegate senza giri di parole. Ogni voce dice cosa significa e dove se ne parla.

Il nostro lessico

I termini
di questo sito.

I tre movimenti

Il modo in cui leggiamo il lavoro in azienda: imparare, cambiare, migliorare. Non sono tre servizi separati ma tre momenti dello stesso percorso: si impara a leggere l'azienda, si cambia ciò che non regge, si migliora ciò che funziona. Poi si ricomincia, perché il mercato non sta fermo.

Se ne occupa: I nove servizi

Il giro

La sequenza che lega i nostri interventi: ogni pagina di servizio dice da dove si arriva e dove si va. Non è un catalogo da cui scegliere una voce, è una spirale: chi entra da un punto qualsiasi prima o poi passa dagli altri, e quando torna al primo l'azienda non è più quella di prima.

Se ne occupa: I nove servizi

Strategia e tattica

La strategia è la direzione: dove si vuole arrivare e perché. La tattica è il come: le mosse concrete, nell'ordine giusto, con le risorse che ci sono. Una strategia senza tattica resta un'intenzione; una tattica senza strategia è agitazione. Il loro rapporto è il mestiere.

Se ne occupa: Consulenza strategica e direzionale

Distribuzione tradizionale, organizzata, grande distribuzione

I tre modi in cui un prodotto arriva a chi lo compra. La distribuzione tradizionale passa da negozi indipendenti, ognuno con le sue scelte. La distribuzione organizzata raggruppa punti vendita autonomi sotto insegne e centrali d'acquisto comuni. La grande distribuzione è fatta di catene a insegna unica. Cambia tutto: chi decide il prezzo, chi tiene il magazzino, quanto conta il singolo ordine.

Se ne occupa: Sviluppo commerciale e nuovi mercati

Ciclo di vita del prodotto

Le fasi che un prodotto attraversa sul mercato: introduzione, crescita, maturità, declino. Serve a capire che le stesse azioni non funzionano sempre: il prezzo, la spinta commerciale e l'investimento che hanno senso al lancio non hanno senso in maturità, e chi non se ne accorge difende un prodotto che il mercato ha già lasciato.

Se ne occupa: Sviluppo commerciale e nuovi mercati

Il valore trasferito

Quanto del valore che l'azienda produce arriva davvero a chi compra, e quanto si perde per strada. Un prodotto può essere migliore di un altro e non risultarlo: se il valore non viene trasferito — dal prodotto al canale, dal canale al cliente — resta un costo sostenuto e non riconosciuto.

Se ne occupa: Sviluppo commerciale e nuovi mercati

Marginalità e volumi

Un prezzo è sempre due numeri insieme: quanto margine lascia ogni pezzo e quanti pezzi si vendono. Da soli non dicono niente. Un margine alto su un prodotto che non ruota vale meno di un margine sobrio su uno che gira, e il conto si fa sempre moltiplicando, mai guardando una colonna sola.

Se ne occupa: Politiche di prezzo e listini

Le marginalità giocate

Il margine usato come leva per ottenere qualcosa, non come numero da difendere. Si rinuncia a un punto su un prodotto per entrare in un cliente, per far ruotare un magazzino, per far provare una linea nuova. È una scelta commerciale con un obiettivo dichiarato — il contrario dello sconto deciso caso per caso davanti al cliente.

Se ne occupa: Politiche di prezzo e listini

Il mix di prodotto

L'insieme di ciò che si vende, letto come un insieme e non prodotto per prodotto. Il margine si fa sul mix: alcuni articoli tirano il fatturato, altri reggono il margine, altri tengono il cliente. Nessuno vive da solo, e togliere quello che «non rende» spesso fa cadere anche gli altri.

Se ne occupa: Politiche di prezzo e listini

Il modello di vendita

Come il listino diventa azione commerciale: cosa si spinge, in quale periodo, con quale leva e verso quale canale. È il passaggio che manca più spesso — un listino costruito bene resta sulla carta se nessuno decide come portarlo sul mercato.

Se ne occupa: Politiche di prezzo e listini

Le definizioni classiche

Le parole
del business.

Margine di contribuzione

Il margine di contribuzione è la differenza fra il ricavo di una vendita e i costi variabili che quella vendita fa nascere. È ciò che contribuisce a coprire i costi fissi e, oltre quelli, a produrre utile.

Formula: margine di contribuzione = ricavi − costi variabili.

Si legge in tre modi. Unitario: sul singolo pezzo — un prodotto venduto a 100 con 60 di costi variabili ha un margine di contribuzione unitario di 40. Totale: margine unitario per quantità vendute. Percentuale: margine diviso ricavi — nell'esempio, il 40%.

Il significato pratico è che un ricarico alto non basta a fare utile: l'utile è margine per volumi, e un margine generoso su un prodotto fermo vale meno di uno sobrio su un prodotto che gira.

Se ne occupa: Controllo di gestione · Politiche di prezzo e listini

Punto di pareggio

Il punto di pareggio è il livello di vendite in cui i ricavi coprono esattamente tutti i costi: sopra si fa utile, sotto si fa perdita. Si calcola dividendo i costi fissi per il margine di contribuzione unitario, e dice quanti pezzi bisogna vendere prima che l'azienda cominci a guadagnare. È il primo numero da conoscere prima di decidere un prezzo o un investimento.

Se ne occupa: Controllo di gestione

Business plan

Il business plan è il documento che traduce un'idea imprenditoriale in numeri, tempi e risorse: cosa si vuole fare, per quale mercato, con quali investimenti e con quali ritorni attesi. Serve a decidere prima ancora che a chiedere: la banca e i soci ne sono i lettori, ma il primo destinatario è chi deve capire se il piano regge.

Un business plan si compone di analisi di mercato, modello di ricavo, piano economico-finanziario e piano operativo. La parola inglese business planning indica l'attività continua di pianificazione, non il documento: il piano è una fotografia, la pianificazione è un lavoro che non finisce.

Modelli e schemi si trovano ovunque; quello che nessun modello dà sono le ipotesi, ed è lì che un piano regge o cade.

Se ne occupa: Business plan e sviluppo d'impresa

Controllo di gestione

Il controllo di gestione è il sistema con cui un'azienda misura quello che fa mentre lo fa: quanto costa ogni prodotto, ogni commessa, ogni cliente, e quanto margine lascia. Non è la contabilità — quella dice cosa è successo secondo le regole fiscali — ma uno strumento di decisione, costruito su misura per come quell'azienda lavora.

Chi lo usa smette di scoprire i risultati a bilancio chiuso e comincia a correggere mentre l'anno è ancora aperto.

Se ne occupa: Controllo di gestione

Consulenza direzionale

La consulenza direzionale è l'affiancamento alla direzione di un'impresa nelle decisioni che riguardano l'azienda intera: organizzazione, mercati, risorse, margini. Si distingue dalla consulenza specialistica — fiscale, legale, informatica — perché non risolve un problema tecnico: aiuta a decidere.

Si trova scritta anche come consulenza di direzione o consulenza manageriale: sono la stessa cosa.

Se ne occupa: Consulenza strategica e direzionale

Consulenza strategica

La consulenza strategica lavora sulla direzione dell'impresa: quali mercati servire, con quale offerta, con quale posizione rispetto ai concorrenti e con quali risorse. Guarda più lontano della consulenza organizzativa, che lavora su come l'azienda è fatta dentro, ed è di solito il punto da cui un percorso comincia.

Se ne occupa: Consulenza strategica e direzionale

Consulenza organizzativa

La consulenza organizzativa lavora su come l'azienda è fatta dentro: chi fa cosa, chi decide, come passano le informazioni e dove il lavoro si inceppa. Tocca ruoli, responsabilità e processi — non le persone in quanto tali, che è il terreno della consulenza sulle risorse umane.

Se ne occupa: Riorganizzazione aziendale

Riorganizzazione aziendale

La riorganizzazione aziendale è la revisione della struttura di un'impresa — ruoli, responsabilità, processi, a volte assetti societari — per rimetterla in linea con quello che l'azienda deve fare oggi. Il significato pratico è che non si tratta di spostare caselle in un organigramma: si cambia chi decide cosa, e per questo è un intervento che riesce solo se la direzione lo sostiene fino in fondo.

Se ne occupa: Riorganizzazione aziendale

Strategia di prezzo

La strategia di prezzo è il criterio con cui un'azienda decide quanto far pagare: non un calcolo sul costo, ma una scelta che tiene insieme il valore riconosciuto dal mercato, la posizione rispetto ai concorrenti, il canale e il margine che serve.

Gli approcci classici sono tre: sul costo, si parte da quanto si spende e si applica un ricarico; sulla concorrenza, si guarda cosa fanno gli altri; sul valore, si parte da quanto vale per chi compra. Il primo è il più diffuso ed è quello che porta più spesso a un prezzo che esiste nel listino e non nel mercato.

Se ne occupa: Politiche di prezzo e listini

Posizionamento di prodotto

Il posizionamento è il posto che un prodotto occupa nella testa di chi compra, rispetto alle alternative: per chi è, a cosa serve, perché costa quello che costa. Non lo decide l'azienda da sola — lo decide il mercato — ma l'azienda può costruirlo, con il prezzo, il canale, il linguaggio e ciò che sceglie di non essere.

Un prodotto senza posizionamento non è neutro: viene posizionato dagli altri, di solito sul prezzo.

Se ne occupa: Sviluppo commerciale e nuovi mercati

Le parole del mestiere

Quello che diciamo
senza nominarlo.

Rotazione

La rotazione è la velocità con cui un prodotto si vende e viene rimpiazzato: quante volte, in un periodo, il magazzino di quell'articolo si svuota e si ricostituisce. Un prodotto ad alta rotazione occupa poco capitale e ne libera in fretta; uno a bassa rotazione immobilizza soldi anche quando il margine è buono.

È il concetto dietro la frase che ricorre nelle nostre pagine: un ricarico generoso su un prodotto che non ruota vale meno di un ricarico sobrio su uno che gira. Il margine si misura sempre insieme alla rotazione, mai da solo.

Se ne occupa: Politiche di prezzo e listini

Disponibilità a pagare

La disponibilità a pagare è il prezzo massimo che chi compra accetta di sostenere per un prodotto, prima di rinunciare o di scegliere un'alternativa. Non dipende dal costo di produzione ma dal valore che quella persona riconosce, nel suo contesto e con le sue alternative davanti.

È il punto da cui parte il nostro modo di costruire un listino: si parte dalla fine, dal prezzo che il consumatore accetta di pagare, e si torna indietro lungo la filiera fino al margine dell'azienda. Il costo dice il pavimento; la disponibilità a pagare dice il soffitto.

Se ne occupa: Politiche di prezzo e listini

Catena del valore

La catena del valore è la sequenza di passaggi attraverso cui un prodotto arriva a chi lo usa, e in cui a ogni tappa qualcuno aggiunge valore e trattiene un margine: produzione, distribuzione, rivendita. Guardarla per intero serve a capire dove il valore si crea davvero e dove invece si consuma.

È quello che facciamo quando diciamo che ogni passaggio ha il suo margine e si ricostruisce a ritroso fino al tuo: un prezzo al pubblico fuori mercato quasi mai nasce in azienda, nasce lungo la catena — e senza guardarla tutta non si sa dove si è perso.

Se ne occupa: Sviluppo commerciale e nuovi mercati

Centro di costo

Un centro di costo è l'unità a cui si attribuiscono i costi per poterli leggere: un reparto, una commessa, una linea di prodotto, un cliente. Serve a rispondere alla domanda che la contabilità generale non risponde — non quanto abbiamo speso, ma dove.

È lo strumento che manca quando alcune commesse o clienti sembrano in perdita ma non si riesce a misurarlo: senza centri di costo il conto torna solo a livello di azienda, e il prodotto che erode il margine resta invisibile dentro la media.

Se ne occupa: Controllo di gestione

Scostamento

Lo scostamento è la differenza fra quello che si era previsto e quello che è successo: sui ricavi, sui costi, sui margini. Non è un errore da giustificare a fine anno — è il segnale che permette di correggere mentre l'anno è ancora aperto, purché qualcuno lo misuri con regolarità.

È la risposta alla situazione che descriviamo così: si fattura di più ma non si guadagna di più. Senza confronto fra previsto e realizzato quella frase resta una sensazione; con lo scostamento diventa un numero, e un numero si può aggredire.

Se ne occupa: Controllo di gestione

Deleghe

Le deleghe sono l'attribuzione formale del potere di decidere: chi può firmare, spendere, assumere, concedere uno sconto, e fino a quale limite. Sono la differenza fra un'azienda dove le decisioni si distribuiscono e una dove tutto torna sulla scrivania dell'imprenditore.

Quando diciamo che una riorganizzazione cambia chi decide cosa, parliamo di questo: non di caselle spostate in un organigramma, ma di deleghe date davvero — perché un ruolo senza delega è un titolo, e chi lo occupa continuerà a chiedere il permesso.

Se ne occupa: Riorganizzazione aziendale

Mansionario

Il mansionario è il documento che descrive che cosa fa una posizione: attività, responsabilità, a chi risponde e con chi si coordina. Non descrive una persona ma un posto di lavoro — e per questo resta valido quando la persona cambia.

È la forma scritta della domanda chi fa cosa, la prima che poniamo in una riorganizzazione. Nelle aziende dove non esiste, le mansioni si sono depositate per abitudine: qualcuno fa una cosa perché la faceva già, e nessuno sa dire se debba ancora farla.

Se ne occupa: Riorganizzazione aziendale

Barriere all'ingresso

Le barriere all'ingresso sono gli ostacoli che rendono difficile entrare in un mercato dove altri sono già presenti: investimenti richiesti, competenze, autorizzazioni, contratti di fornitura, abitudini d'acquisto consolidate, costi di cambiamento per il cliente. Non sempre sono economiche — spesso sono relazionali.

Sono la prima cosa da misurare quando si valuta di entrare in un nuovo mercato: un mercato attraente senza barriere lo è per tutti, e un mercato difficile da aggredire è anche difficile da difendere per chi c'è già.

Se ne occupa: Sviluppo commerciale e nuovi mercati

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